Tommaso Maria Parazzoli ci racconta la danza che usa i piedi come uno strumento musicale
In Italia la disciplina della tap dance è conosciuta come tip-tap, parola onomatopeica utilizzata nel nostro Paese perchè in italiano rende il suono che emettono le scarpe con i tacchi delle scarpe (claquettes). Il nome italiano di questa disciplina tuttavia non rende senz’altro giustizia al suo vero nome, di origine americana, che ha insito sia il concetto di suono nella parola tap, che il concetto di danza e movimento nella parola dance; spiegando nel suo insieme quel legame indissolubile tra il suono che produce il corpo e il movimento del corpo che è tipico della danza, racchiudendo i due elementi fondamentali di questa forma d’arte.
Abbiamo parlato di questa disciplina con Tommaso Maria Parazzoli, sorprendente giovane artista di appena vent’anni che si è dedicato anima e corpo alla tap dance, di recente protagonista del programma Dalla Strada al Palco e ospite di Roberto Bolle per rappresentare la tap dance in Italia nel programma Viva la danza. Tommaso, a suo dire, usa il suo corpo come uno strumento musicale. Per lui, infatti, proprio come suggerisce l’etimologia del termine, il tap è 50% danza e movimento e dance 50% musica perché, ci spiega, i tap dancers hanno si uno strumento nei loro piedi ma utilizzano tutto il corpo per contribuire a creare il suono e l’aspetto più visivo legato alla danza.
La tap dance in Italia non è particolarmente praticata, tu come hai conosciuto e ti sei avvicinato a questa disciplina? “In realtà ho cominciato con la musica suonando prima il pianoforte e in seguito la batteria, poi ho scoperto il tap attraverso il musical e per me è stata un’unione del ritmo grazie alla sensazione dello sbattere i piedi.” La musica quindi ti ha aiutato nel tuo lavoro? “Assolutamente si perché il tap è uno strumento ritmico a percussione e mi ha aiutato moltissimo aver studiato batteria e conoscere la teoria musicale”.
Mi chiedo se ci sia una parte più prettamente sportiva in questa disciplina rispetto ad altri tipi di danza e Tommaso mi spiega che si c’è una parte più competitiva ma che anche la parte artistica e visiva è altrettanto fondamentale. Ci ha raccontato che all’inizio ha partecipato al Campionato mondiale di Tap Dance sin da piccolo assieme alla squadra di Trieste diretta da Michela Bianco. In seguito ha proseguito la sua carriera agonistica studiando a Roma con i tap dancers D’Angelo Brothers, 8 volte campioni del mondo. Le gare lo hanno spinto ad impegnarsi tantissimo nella tecnica perché, mi spiega, in quei campionati ci deve essere una tecnica eccelsa e l’aspetto sportivo prevale proprio in tal senso. Diversamente ci racconta che in questo momento preciso della sua vita ciò che gli interessa di più è creare anche delle performance che non abbiano necessariamente una difficoltà tecnica così elevata come quelle da campionato ma che siano ad un alto livello artistico. Quindi ora crei da solo le tue coreografie? “Molto spesso si, anche se non in modo esclusivo. Ad esempio la coreografia che ho presentato a Viva la danza l’ho creata da solo e ne sono molto orgoglioso.”
Una curiosità: mi sono sempre chiesta quale sia il ruolo dell’espressività nella tap dance. Nel tuo caso Tommaso è studio o talento naturale? O entrambe le cose? “Sin da piccolo sono estroverso in scena anche se non mi sento così nella vita e questa è senz’altro un talento naturale ma mi hanno aiutato molto gli studi di recitazione. Poi ballare senza la parte superiore e senza espressività è come non godersi la performance in generale quindi credo assolutamente che anche nella tap dance occorra essere estremamente coinvolti emotivamente per ballare in modo totale.”
E come è stato il tuo primo approccio con la danza accademica? “Mi sono avvicinato al musical quasi per caso, studiando subito danza, canto e recitazione, poi in quel momento non mi sono soffermato molto sulla danza perché poco dopo che avevo iniziato il corso di musical cercavano il bimbo protagonista del musical Priscilla. La regina del deserto e senza aspettarmelo per nulla ho vinto l’audizione. Poi ho cominciato a studiare sempre di più e in occasione dello spettacolo Ragtime ho conosciuto la coreografa Gillian Bruce che sarebbe poi diventata la mia prima maestra”.
Mi sono interrogata se fosse possibile oggi per un giovane tap dancer vivere di questo lavoro. Tommaso mi racconta che ora sta cominciando ad avere degli ingaggi, molti dei quali in teatro dove è orgoglioso di portare la sua arte, che gli permettono di vivere della sua passione ma che in questo momento della sua vita sta ancora spendendo molto del suo tempo a studiare anche altre discipline di danza in un’accademia di hip hop e sta studiando canto.
Cosa ti auguri per il tuo futuro anche per far conoscere maggiormente la tap dance in Italia? “Considero la Tap dance una forma d’arte e per questo mi piacerebbe iniziare a creare prima miei progetti di one man show e successivamente cercare di creare progetti d’insieme per creare opportunità anche per altri ballerini. Sto lavorando anche per cercare di contaminare il più possibile la mia danza creando coreografie che uniscano l’hip hop e la tap dance”.
Siamo certi che l’Italia avrà un degno rappresentante di questa disciplina che forse ci farà scordare il tip tap e ci farà sognare con la tap dance di nuova generazione. In bocca al lupo Tommaso!