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Francesco Mariottini, rischia e la vita ti premierà comunque

Francesco Mariottini, rischia e la vita ti premierà comunque

Francesco Mariottini, nato a Jesi nel 1985, inizia a studiare danza a undici anni e di certo ha avuto un percorso davvero particolare e interessante.
Lo guida una “tensione evolutiva” che lo porta ad esplorare sempre nuovi mondi e nuove prospettive come si nota dal suo ricco e vario percorso che lo ha portato dal Balletto di Toscana allo Stuttgart Ballet di Stoccarda e da Reggio Emilia attraverso i più famosi teatri europei e internazionali arrivando in televisione con la partecipazione ad Amici per poi approdare a Les Ballets de Monte-Carlo.
Stare fisso in un posto non fa proprio per lui e adagiarsi non è senz’altro la parola che contraddistingue il suo percorso umano e professionale.

Leggendo il tuo profilo e la tua storia mi è venuta in mente quella tensione romantica che consiste nel cercare sempre qualcosa che è altrove rispetto a quello che si ha…
In effetti è così… mi hai capito bene. Questa mia propensione però non so da dove scaturisca. Nella mia comfort zone diciamo che riesco a starci un po’ e poi devo ricrearne una po’ più grande e devo provare a riuscire nel nuovo intento. Questo mi permette di fare passi in avanti e provare cose nuove… Non so, forse è un’energia ancestrale che mi arriva dallo stimolo di una nuova avventura.
Ma non solo nella danza anche nella vita: mi chiedono di scalare una montagna? Si… ci sono… proviamoci!!! Quello che però ho imparato negli anni è che, rispetto a prima, ora non vedo solo l’obiettivo ma anche la strada per arrivarci e la prendo con più calma: mi godo la parte di transito riempendo il mio bagaglio personale con gioia.

Qual’è l’urgenza che ti ha guidato nei momenti in cui hai deciso di cambiare nella tua vita?
In primis la curiosità, il non diventare sedentario: non riesco proprio a stare nella stessa monotonia nella vita come nella danza, cerco sempre stimoli nuovi e la curiosità di affrontare anche un percorso diverso il più delle volte è difficile ma ricco di cose da imparare. Mi piace la conoscenza da poter tenere come un mio bagaglio personale in tutta la vita. Sono sempre stato così sin da piccolo infatti facevo danza, studiavo violino, pattinaggio, ero negli scout… non avevo un pomeriggio libero!

Come è stato il passaggio dal pattinaggio alla danza?
In realtà è andata in modo contrario: sono passato dalla danza al pattinaggio e ho iniziato a fare pattinaggio perché la danza mi stava cominciando a diventare stretta, un po’ monotona dal punto di vista dell’apprendimento e io avevo bisogno di altri stimoli. Come molti, avevo amici che già frequentavano quel mondo e ho cominciato a frequentare quella disciplina e, anzi, verso i tredici anni ho avuto qualche dubbio perché mi piaceva l’agonismo tipico del pattinaggio. Per la danza era un momento diverso non c’era l’offerta formativa che c’è oggi e con il pattinaggio avevo acquisito quello stimolo che mi mancava partecipando a gare, spettacoli e tornei. Poi frequentavo una piccola società dove le famiglie creavano degli eventi, delle cene e per me era molto stimolante nonostante fosse ancora alta la mia passione per la danza.

Poi quando ha prevalso la tua passione per la danza?
Quando ho vinto l’audizione per il Balletto di Toscana. Da quel momento in poi mi sono concentrato solo sulla danza: lì la mia passione per la danza è esplosa e gli stimoli si sono moltiplicati perché quando frequenti un’accademia ti confronti con insegnanti e discipline diverse da cui apprendere.

Qual’ è l’esperienza che ti ha più arricchito ad oggi? Con quale maestro senti di aver avuto un legame indissolubile?
Ogni esperienza mi ha lasciato tantissimo e in maniera diversa rispetto ad un’altra esperienza. Dal punto di vista coreografico come ballerino la persona che ha aperto di più la conoscenza di me stesso e del mio movimento è stato sicuramente il coreografo Mauro Bigonzetti, quando ho lavorato in Aterballetto tra il 2005 e il 2007. Lavorare con lui è stato veramente bello perché la compagnia era meravigliosa e di soli venti ballerini e quindi Mauro lavorava a stretto contatto con ogni ballerino e la creazione di ogni passo veniva condiviso con lui/lei: per lui una coreografia non era da imparare e basta. Con Mauro ho trovato una mia linea psicofisica e poi ho scoperto la sensazione del passo che hai creato tu e questa sensazione te la porti dietro per sempre.

C’è un momento in cui sei riuscito ad interpretare proprio quello che lui ti ha comunicato?
Non c’è una cosa particolare, ma una delle sue creazioni più belle che, a mio avvisoè stata il suo Romeo e Giulietta. In quello spettacolo interpretavo anche il passo a due di chiusura che ha creato con me e Stefania Figliossi. Fino all’ultimo non ce lo creava e avevamo un pò di paura perchè vicinissimi al debutto; ma alla fine, a pochi giorni dalla prima, lo abbiamo creato insieme è ed stato meraviglioso: per Mauro l’importante era creare una tensione quasi inaspettata, non troppo studiata, non in fase di stabilizzizazione, non una linea piatta e così è stato.

E tu eri giovanissimo?
Si avevo solo diciannove anni. Bigonzetti si è divertito perché io sono molto alto e molto forte, e Stefania molto forte e piccola quindi ci sono stati alcuni passaggi anche difficili per noi e che negli anni con altri ballerini sono stati difficili da replicare per le proporzioni così diverse dei nostri corpi. Mauro dava spazio ad ogni ragazzo della compagnia e quando eri nel secondo cast di un assolo o di un passo a due la maggior parte delle volte ricreava il pezzo per i danzatori pur tenendo la linea della coreografia. Questo tipo di lavoro per me è stato interessantissimo.
Ma devo dire che in tanti mi hanno lasciato un bagaglio di conoscenza importante. Anche quando sono stato allievo ad Amici nel 2007, ma anche come professionista, quello che mi sono ritrovato negli anni di quella esperienza è stata la velocità di apprendimento e la rapidità nell’essere pronti in qualsiasi evenienza e in qualsiasi situazione.

A giugno 2024, sempre per non adagiarti, hai lasciato Monte Carlo per proseguire una carriera da freelance?
Si, lì però ci sono stati anche altri motivi, tra cui quello che non ho avuto una carriera lineare e la mia fisicità ne ha senz’altro risentito. Anche Jean-Christophe Maillot, direttore artistico e coreografo di Monte Carlo, è una persona alla continua ricerca di stimoli anche quando prende nuovi ballerini.
A me è andata in modo simile e, infatti, questa connessione artistica ha funzionato facendomi diventare anche ballerino principale. Questa “scalata” tuttavia mi ha costato molta fatica lavorando il triplo e facendo sempre di più. Dopo sette anni in compagnia il fisico ne ha risentito e non mi godevo di più lo spettacolo come prima e avevo bisogno di più rilassamento affrontando molti dolori e a livello psicologico non avevo più la stessa passione di prima, la gioia di stare in scena a ballare e così ho pensato che era il momento di cambiare la strada. Sono stato comunque molto fiero di lasciare prima di aver “tirato troppo a lungo” e a livello visivo ero ancora ad un certo tipo di livello e non avevo ancora iniziato la discesa.

E hai avuto qualche proposta in particolare che ti ha fatto decidere più velocemente?
No è stata una cosa naturale. Quando ero più giovane, sono sincero, ho deciso in modo più repentino come quando lascai lo Stuttgart Ballet invece per in questa occasione ci ho pensato davvero bene complice anche il Covid riflettendo altri due anni, ma poi sono arrivato al punto in cui conoscevo già la risposta e non sapevo al 100% cosa sarebbe successo dopo ma sapevo che sarebbe stato rischioso ma di essere una persona intraprendente, volenterosa e con tanta voglia di fare e adesso lavoro molto forse anche di più di prima.

E sei felice?
Si sono felicissimo e non ho nostalgia. Quando posto ad esempio una foto di vecchie esperienze la penso come una cosa bellissima, non sento la mancanza della vita di compagnia e sono sereno della mia scelta.

Ho visto che ti dedichi anche all’insegnamento e che ti sei specializzato proprio durante la pandemia.
Si ho frequentato il Diploma di Stato Francese che ha una sezione di Professore di danza che è riconosciuto come diploma di Stato. I docenti sono venuti in compagnia a Monte Carlo e io e altri tredici colleghi abbiamo approfittato di quel momento storico per poter avvicinarci all’insegnamento. È stato molto impegnativo perché studiavamo e intanto lavoravamo. Poi abbiamo svolto il tirocinio con i ragazzi all’Accademia di Cannes e il Conservatorio di Nizza che e per me è stata davvero un’esperienza interessante. La parte che mi ha interessato di più è stata quella sulla psicologia che mi ha aiutato a capire meglio che tipo di empatia puoi avere con i ragazzi e che tipo di rigidità che devi avere come insegnante ma allo stesso al modo le possibilità che puoi avere di “arrontondare” a seconda dell’età e delle modalità di reazione degli allievi.

Quali sono le doti che ti senti di regalare in maniera naturale ai tuoi allievi? Cosa da Francesco Mariottini ai suoi ragazzi?
Dalla mia parte sento di ricevere molto: ogni lezione, ogni livello e ogni sessione mi lascia un’energia diversa. Conducendo molti stage cerco di vedere le reazioni, i visi, le espressioni e portarli ad arrivare a non volere andare a casa e in questo modo ricevo sempre qualcosa in più dai partecipanti quando finisco una lezione.

Ho visto che insegni anche ai bambini? Non è da tutti i professionisti…
Da un lato ad oggi trovo più facilità con i bambini più piccoli, specie dopo il Covid perché capisco che le età degli adolescenti stanno subendo ancora gli strascichi di questa situazione. A me i bambini piacciono molto e trovo che sia un bello scambio e questa energia a volte, anzi, mi “sovrasta”.

Ti piace proprio insegnare?
Decisamente si. La prima lezione, inesperto da morire, l’ho tenuta a diciannove anni e ho continuato ancora perchè ho capito che mi mancavano delle basi. In tanti poi mi hanno detto che sarei potuto diventare Maestro perché riuscivo a comunicare bene e io ne sono onorato. Anche oggi per me è fondamentale ricevere un feedback da tutti per migliorarmi sempre come insegnante.

Sei tanto seguito sui social come li vivi?
I social per me sono un gioco a livello strutturale, posso guardarli un po’, poi non guardarli per mesi, non sono un patito dell’idea del social nel creare contenuti appositamente per la creazione di un “personaggio”. Il lato dei social che mi piace, così come mi piaceva seguire i fan club e i forum, è quello dell’interazione. Ancora oggi con molti dei miei “seguaci” ho un rapporto di stima e, talvolta, anche di amicizia. Per me è importante che dietro ogni numero ci siano delle persone, con nome e cognome: virtuale è virtuale ma non ritengo dei numeri i miei follower. I social poi li gestisco da solo, anche se accetto qualche suggerimento specie ora che mi occupo anche di moda.

In tal senso come hai gestito la tua bellezza del tuo percorso professionale? Ti ha aiutato o ti ha fermato? O come l’hai vissuta tu? Ci racconti anche solo un episodio in cui tuo “essere bello” ti ha aiutato nel tuo lavoro?
Quando ero piccolo la vivevo così: volevo essere una persona “normale”. Poi senz’altro nella mia vita ho sfruttato la mia immagine e mi hanno dato anche l’appellativo del “principe” per le mie doti fisiche, ma questo non ha mai prevalso sul mio lavoro. Potrebbe essere successo qualche volta che vedendo la mia fisicità mi abbiano scelto ma io sapevo di essere preparato per arrivare al mio obiettivo. Il mio percorso di lavoro l’ho fatto al duemila per cento. La bellezza ti può aiutare ma da sola non basta. Bisogna avere uno studio dietro: l’improvvisazione l’adoro nella danza ma non nella vita e tanto meno nel lavoro perché non ti porta a nulla anche se sei bello.

Adesso allora hai fatto pace con la bellezza?
Si, assolutamente (n.r. ride!). In realtà mi sono sempre considerato normale e ho sempre cercato complimenti sulla bravura, però sono davvero contento del mio percorso. Anche nella moda la bellezza tout court non basta a sé stessa, l’espressione non costruita è importante e anche lì tanti aspetti vanno studiati.

Mi sembra di capire che sia soddisfatto di questa nuova avventura?
Da morire… e l’espressione anche nella danza la adoro.

Mi sembra che questo lato sia un po’ il tallone di Achille degli studi non accademici, cosa ne pensi?
Sono d’accordo. Infatti come tesi per il Diploma di Professore di danza/Sezione di danza classica che ho frequentato ho parlato come argomento a piacere proprio della parte artistica della danza e di quanto manchi nel percorso formativo: il discorso di insegnare come interpreti il personaggio, cosa rappresenta il balletto, come esprimere la parte emotiva, come si muovono le mani, la pantomina, la pratica dell’espressione facciale. Anche nella variazione di danza classica c’è una tensione emotiva molto importante e un’espressione decisiva per ogni ruolo. Credo sarebbe utile inserire classi di teoria della danza, di pratica della pantomina e dell’espressione facciale.

Quando hai capito di essere riuscito ad ottenere la carriera che pensavi?
La volta che ho capito che volevo affrontare questo percorso e lì dove ho scoperto davvero la danza è quando mi sono spostato a Firenze a quattordici anni. Ho capito che questa era la mia strada e che dovevo recuperare la tecnica classica e ho svolto lezioni di classico anche con le bambine piccole. Invece la volta che ho capito che la danza sarebbe diventato il mio lavoro è stato il primo contratto a Stoccarda, dove andai da solo senza sapere una parola di inglese. Da quel momento è cambiata la mia vita e ce l’ho fatta dopo quattro anni e mezzo di studio intenso ma da lì ho capito che era solo l’inizio e avrei dovuto studiare, studiare e studiare e che la danza classica non fosse il mio unico terreno d’elezione.

E la coreografia ti interessa?
Mi piace ma non è la mia priorità, la parte che mi interessa di più è la parte della messa in scena, della creazione in generale di una coreografia.

Ti piace fare il regista?
Mi piace farlo e mi piace molto la regia teatrale in generale perché riesce a creare un’emozione più forte: in teatro è tutto lento fino alla tensione che esplode alla fine dello spettacolo.

Hai qualche sogno ad occhi aperti che ti piacerebbe realizzare?
Sogni fino adesso ne ho realizzati tanti. Un sogno sarebbe quello di poter insegnare anche in una accademia più grande e riconosciuta a livello mondiale, anche se ho già fatto qualche esperienza e si sono aperte diverse strade ad Avignone, Basilea e a Zurigo. Poi sogno di essere appagato da quello che faccio ogni giorno e avere gli stimoli giusti per ogni cosa che faccio in ogni momento… questo è davvero importante per me.

Come ti muoverai nei prossimi mesi, hai qualche progetto che puoi anticiparci?
In questo anno e mezzo sto ripianificando la mia vita e sto mettendo le radici, ho ripreso ad insegnare e sto riprendendo tanto l’organizzazione di eventi che mi soddisfa molto. Poi diversi progetti “bollono in pentola” ma non ne posso parlare e poi, chissà, domani mi succederà ancora qualcosa che oggi non so.

Pensi che la tua tendenza al rischio possa essere un esempio per ragazzi che talvolta hanno paura di azzardare e rimangono chiusi nella loro comfort zone?
Il tuo stimolo può essere quello di poter azzardare perché in qualche modo la vita vi ripaga e se non è quella la cosa giusta, puoi avere tutto il tempo e tutto il mondo di rifarti, in questo tipo di vita ci vuole tanta umiltà verso se stessi e sei non si è in grado di superare un ostacolo bisogna ovviarlo e trovare una soluzione per andare avanti chiedendosi che altra direzione posso prendere?
Ragazzi rischiate perchè verrete appagati dalla vita e non potete sapere se quel rischio che avete intrapreso vi possa portare a qualcosa di ancora più grande di quello che avevate pensato.

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